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Il Territorio di Apricena

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Alcuni autori, tra cui Michele Petrone, affermano che questa città trae origine, nel VII-VIII secolo a.C. da Uriate dopo l'invasione del Gargano, degli Illiri Dauni. L'autore citato trae spunto da alcune epigrafi greche rinvenute in Vieste. Altri da un insediamento romano denominato Collatia, città ricordata da Plinio e Frontino. A sostegno della tesi dell'origine Dauna di questa città sono i numerosi reperti, rinvenuti in particolari sepolture a cassa litica rinvenute sia nel territorio che nella città di Apricena. Il periodo romano è attestato da alcune stele funerarie qui rinvenute e da un cippo, sempre funerario, custoditi in una associazione culturale di Apricena.

La storia documentaria della città di Apricena ha origine nell'XI secolo d.C. con la donazione del Casale di Apricena al Monastero Benedettino di San Giovanni In Piano, come si legge nella Platea Autentica di tutti i beni dei Celestini. Questo Monastero sito a circa 5 Km. ad ovest dell'attuale abitato ha ospitato, dice la leggenda, anche San Francesco d'Assisi, nel suo pellegrinaggio a Monte Sant'Angelo ed in Terra Santa. Si rifugiò tra le sue mura, nella sua fuga dal papato, Celestino V, futuro San Pietro da Morrone. In quest'epoca, fine XIII secolo, questo monastero passò proprio ai frati Celestini che lo tennero sino al XV secolo. Da allora, con il trasferimento di questi frati a San Severo (nell'attuale Palazzo dei Celestini, sede del Municipio di quella città) questo Monastero versa in completo stato di abbandono.

Apricena vive il suo momento di maggior splendore con gli Svevi. Difatti l'Imperatore Federico II di Svevia la elegge a terra facente parte del proprio demanio svincolandola da ogni tipo di servitù. L'ultimo Sacro Imperatore dei Romani (Federico II) dimorò per lunghi periodi in questa città, qui venne preparata l'alleanza tra Federico II e i ghibellini della famiglia degli Ezzellino da Vicenza e, forse, ad Apricena si cominciò a discutere delle nozze tra Selvaggia di Svevia (figlia di Federico II) e Romano degli Ezzellino. Apud Precina è stata sentenziata la condanna di Firenze al pagamento dei danni di occupazione di alcuni tenimenti dei senesi (questo atto è conservato presso l'archivio di Stato di Siena). E' attestato la venuta di Federico II in questa città per ben 13 volte e tutte le volte i soggiorni sono stati lunghi tanto da giustificare la ristrutturazione e, per quanto possibile, l'ampliamento del preesistente castello, quello che oggi chiamiamo Palazzo Baronale o Torrione, onde adeguarlo alle mutate esigenze di ospitalità. Federico II era talmente legato a questa terra che nel 1222 riconobbe ai suoi cittadini l'esercizio degli Usi Civici nei territori di Sannicandro, Castelpagano e Civitate (città che sorgeva vicino all'attuale San Paolo di Civitate). Nell'atto di riconoscimento degli usi civici così si legge: ...Se alla devozione de' nostri fedeli drizziamo la punta del nostro pensiero, ed ai loro servigi con degni premi precorriamo, cresca in essi la sincera fede; e perché siamo esempio di liberalità, noi a più grati servigi caldamente li incitiamo. A tutti adunque i fedeli nostri, presenti ed avvenire, vogliamo sia noto che, ammirati dalla pura fede e divozion sincera la quale nudriron sempre ed ancora nudrono per la maestà nostra i cittadini tutti di Precina (attuale Apricena):... volendo eziadio quella terra a noi graditissima e i cittadini suoi con meritati benefici magnificare; per favore di nostra liberalità concediamo ad essi, agli eredi e loro successori, il diritto di pascolare liberamente nei territori di Civitate, Castelpagano e Sannicandro senza pagare fida ad altro dritto; e sia lor lecito negli anzidetti territori tagliar legna a proprio uso e vantaggio, eccetto nelle nostre difese ove non permettiamo...  Con lo stesso atto venne riconosciuto il diritto a questa città di tenere mercato il mercoledì di ogni settimana con il relativo sgravio di ogni tassazione. Con la morte di Federico II e con la caduta di Manfredi, suo figlio, questa terra, come tutto il mezzogiorno d'Italia, passò sotto la dominazione dei francesi: angioini e successivamente degli Aragonesi.

Nella sua storia molti furono gli eventi calamitosi. La natura si scagliò contro essa il venerdì del 30 di luglio 1627. Un terremoto di inaudita violenza (superò l'attuale 10° della scala Mercalli) alle ore 16,30 rase quasi completamente al suolo la Procina. In quella occasione si contarono circa 900 morti, in un sol attimo questa città perse circa il 30% dei suoi abitanti. Nel giro di due o tre anni venne interamente ricostruita. Tempo brevissimo anche con i mezzi attuali!

E' in quest'epoca che venne ricostruita l'attuale chiesa matrice dedicata a San Martino e a Santa Lucia. San Martino è stato, ad attuale memoria, il primo patrono di Apricena e tale è rimasto sin al XVII secolo quando allo scoppiare della peste in Capitanata Apricena, per volontà popolare, si affidò con sentenza della magistratura a San Michele Arcangelo che rimase patrono sino alla prima metà del XX secolo. Oggi San Michele Arcangelo è compatrono con Maria SS Incoronata.

Il brigantaggio post unitario, nostro malgrado, ha visto molti apricenesi nel ruolo di protagonisti. Infestava le nostre campagne la banda di L'candrucc' che contava una trentina di aderenti. Ma va sottolineato che la maggioranza della popolazione auspicava l'unità della nazione italiana. Il fascismo della prima metà del XX secolo non ha mai attecchito sugli apricenesi, lo hanno subito anche con l'esilio di menti illuminate, come Peppe D'Elia, militante socialista, ed altri. Nel secondo dopoguerra, liberata dal fascismo prima e da una monarchia che non ha mai sentito sua, si è immersa nella democrazia rappresentativa che agli apricenesi da secoli è congeniale.

A cura del dott. Gaetano Lo Zito

presidente dell'Archeoclub di Apricena