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APRICENA Chi c'era in auto con l'allevatore apricenese Vincenzo Padula quando quest'ultimo, il 9 aprile 2002, avrebbe confidato d'aver ucciso due persone e d'aver fatto sparire i cadaveri qualche mese prima, mentre veniva intercettato da una microspia piazzata dai carabinieri? Un brigadiere dei carabinieri, in servizio al nucleo operativo della compagnia di San Severo che ha condotto le indagini, ha detto in corte d'assise a Foggia nel processo «Quasimodo» a 19 imputati garganici e apricenesi, che l'interlocutore di Padula era un tale Franchino. Parlava con accento cerignolano, non è stato possibile identificarlo, ma è da escludere - ha detto il sottufficiale - che Franchino potesse essere il manfredoniano Franco Romito, malavitoso con la nomea di confidente dell'Arma, assolto in primo grado nel maxi-processo alla mafia garganica dall'accusa d'essere al vertice del «clan dei montanari» insieme ai Libergolis.
MA IL MARESCIALLO... - Però un maresciallo dei carabinieri, già in servizio nei primi anni 2000 al reparto operativo di Foggia, pur dicendo che non s'occupò dell'indagine sul duplice caso di lupara bianca, ha detto il contrario rispetto al brigadiere. Ha infatti sostenuto che in auto con Padula c'era un confidente usato dagli investigatori come agente provocatore per far parlare l'allevatore. Il maresciallo non ha voluto questa volta fare il nome del confidente: in altri due processi di mafia ha invece detto che Franco Romito era uno dei suoi confidenti. Proprio Franco Romito verrà interrogato, su richiesta della difesa, nella prossima udienza del 7 gennaio quando il manfredoniano - al momento detenuto per armi - verosimilmente ribadirà di non essere un confidente.
CHIESTO CONFRONTO - Alla luce della divergenza tra le testimonianze dei due carabinieri, su un punto cruciale del processo, l'avv. Ettore Censano difensore di Padula, ha chiesto alla corte d'assise un confronto tra brigadiere e maresciallo: i giudici si sono riservati di decidere. Il processo «Quasimodo» in corte d'assise conta 19 imputati - per lo più apricenesi e garganici - accusati a vario titolo di duplice omicidio, occultamento di cadaveri, mafia, traffico di droga, estorsione, armi, furto e truffa. Il blitz di carabinieri della compagnia sanseverese e Dda scattò il 16 settembre del 2005 con l'arresto di 20 persone su ordinanze di custodia cautelare firmate dal gip di Bari.
DUPLICE LUPARA BIANCA - Il principale imputato è Vincenzo Padula, 44 anni, apricenese accusato d'essere al vertice di un clan mafioso che si occupava di traffici di droga ed estorsione, e soprattutto imputato (insieme al fratello Giuseppe) del duplice omicidio di Michele e Matteo Russo, padre e figlio, allevatori apricenesi di 59 e 27 anni, scomparsi il 2 novembre 2001 vittime della lupara bianca. Secondo l'accusa Vincenzo e Giuseppe Padula ammazzarono i due Russo per un duplice motivo: vendicare la morte del fratello Guido Padula ucciso ad Apricena, insieme ad un amica diciassettenne, il 18 settembre 2001, delitto di cui ritenevano responsabile proprio Michele Russo suocero della vittima; riprendersi le proprietà del fratello ammazzato (capi di bestiame e masseria) di cui i Russo si erano «impadroniti» dopo la morte di Guido Padula.
MICROSPIA NELL'AUTO - Elemento principale dell'accusa contro Vincenzo Padula, è il colloquio avvenuto tra l'allevatore e un tale Franchino il 9 aprile 2002 nell'auto dell'imputato, dove i carabinieri avevano piazzato una microspia. In quel colloquio Vincenzo Padula avrebbe raccontato il proprio coinvolgimento nella duplice lupara bianca. Per l'accusa si tratta di una confessione vera e propria che inchioda Vincenzo Padula. La difesa replica così: Vincenzo Padula quel giorno parlava con Franco Romito, ben sapendo d'avere di fronte un confidente dei carabinieri: l'imputato inventò d'essere coinvolto nel duplice omicidio Russo per cercare lui di carpire informazioni a Romito su chi avesse ucciso qualche mese prima il fratello Guido Padula.
CARABINIERI «CONTRO» - Il brigadiere dei carabinieri che condusse le indagini sul duplice omicidio Russo, in corte d'assise ha detto che quel 9 aprile 2002 Vincenzo Padula era in auto con un tale Franchino, che parlava con dialetto cerignolano e che non fu possibile identificare. Rispondendo alle domande dell'avv. Censano, il brigadiere ha detto di conoscere Franco Romito per averlo denunciato in passato; ha precisato di non conoscere bene la sua voce; ma ha escluso che il Franchino nell'auto fosse Romito. Tutt'altro ha detto il maresciallo dei carabinieri citato dalla difesa (è stato accusato di collusioni proprio con i Romito nel maxi-processo alla mafia garganica, nel quale è stato assolto in primo grado: c'è il ricorso della Dda). Il maresciallo ha sì confermato di non aver condotto indagini nel processo «Quasimodo», ma anche sostenuto «che con i colleghi di San Severo che indagavano sul duplice omicidio Russo avevamo confidenti in comune». E un confidente fu usato come agente provocatore proprio nelle indagini sulla scomparsa di padre e figli. «Per quanto riguarda Padula, c'erano delle intercettazioni ambientali nell'auto. I colleghi di San Severo hanno usato questi confidenti come agenti provocatori, mandandoli in macchina a facendo parlare i presenti, riguardo a quello che era successo. A questi confidenti fu chiesto espressamente di carpire informazioni: mi risulta che i confidenti utilizzati erano presenti in macchina, e c'era stata questa discussione dalla quale si evincevano i fatti avvenuti. Ho queste informazioni per conoscenza diretta. Anche perchè l'attività che svolgevamo noi del reparto operativo di Foggia, come i colleghi di San Severo, erano sempre discusse a tavolino e con l'autorizzazione dei superiori a conoscenza di questa strategia investigativa». Come stanno le cose? Chi era in auto con il presunto assassino per ricereverne le confidenze? Il dubbio potrebbe essere chiarito da una perizia fonica: confrontare la voce del Franchino che parlava con Padula, con quella di Franco Romito intercettato in altre indagini.
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